Movimento politico antifascista, formatosi nel
1929 dalla confluenza di gruppi liberali di sinistra, repubblicani e socialisti
che erano su posizioni critiche nei confronto dei partiti tradizionali dell'Italia
prefascista.
Tra i suoi fondatori furono, all'interno, Ernesto Rossi,
Riccardo Bauer, F. Fancello, e, all'estero, Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Alberto
Tarchiani, Gaetano Salvemini, A. Cianca, F. Nitti, V. Nitti, C. Facchinetti,
R. Rossetti.
Ai suoi inizi il movimento, oltre a porre con decisione
la
pregiudiziale
repubblicana, sostenne la necessità dell'abbandono della lotta legale e del
passaggio all'agitazione rivoluzionaria e all'azione armata; ma in un secondo
momento, di fronte all'esigenza di impostare un'azione politica a più lunga
scadenza, aderì alla concentrazione diazione antifascista (1931) -da cui uscì
nel 1934- ed elaborò un programma (1932) in cui si contemplavano la creazione
di uno Stato repubblicano e laico fondato su larghe autonomie locali, una riforma
agraria (o «la terra a chi la lavora») e una riforma industriale (controllo
bancario e controllo operaio).
Il movimento (che pubblicò dal 1932 i Quaderni di Giustizia e Libertà) fece
presa in Italia soprattutto nelle grandi città del Nord, ma la sua organizzazione
fu scompaginata dagli arresti e dai processi del 1930, 1932 e 1934-1935.
Il colpo più grave fu però l'assassinio di Carlo Rosselli (che era la mente
politica di «Giustizia e Libertà») e del fratello Nello avvenuto in Francia,
a Bagnoles-de-l'Orne (9 giugno 1937).
Dopo l'occupazione nazista della Francia «Giustizia e Libertà» si fuse con altri
gruppi di ispirazione analoga nel Partito d'Azione (1942), che chiamò brigate
«Giustizia e Libertà» i suoi reparti partigiani.
Enc. Rizzoli Larousse, v.7; pag 234